Questioni da oratorio, football anni Settanta, roba di immagini in bianco e nero. “Il più piccolo va in porta!”. Oppure… “tu che sei scarso, ti metti in porta?”. Ecco, dimenticate gli stereotipi datati nel tempo, di quando bastavano due giubbotti per strada a far da pali e un “Supertele” che “andava a vento” e puntualmente finiva sotto le macchine. Era sbagliata quella coppia di frasi, dettate sempre dai più grandi, ma guai a contraddirli. Non ti avrebbero fatto giocare. Fortuna che i tempi cambiano e s’è scoperto poco alla volta che il portiere vale – eccome – anche se la stampa preferisce la rovesciata del bomber di turno per l’immagine da prima pagina piuttosto che il volo d’angelo d’un estremo difensore per togliere la palla sotto al sette. Per Gigi Tizi, da poco approdato alla Polisportiva Monti Cimini, il ruolo del portiere è un qualcosa che si sente dentro. E, aggiungiamo noi, è un valore aggiunto a una squadra di calcio. Lo pensiamo da sempre, dalla prima volta che vedemmo il miracolo d’un portiere… Gordon Banks che strozza in gola l’urlo del gol a Pelè. Non male come istantanea, eh?

Domanda scontata e banale… portieri si nasce o si diventa?”

Portiere si nasce! E’ un qualcosa che hai dentro, difficile da spiegare, ma talmente forte che ti fa scegliere un ruolo dove c’è tanta, forse troppa, pressione (e purtroppo ahimè, a partire fin dai più piccolini). Sarà quella voglia di tuffarsi, di volare, di vestirsi diversamente, di interpretare un ruolo complicato ed estremamente decisivo, di essere sempre e comunque protagonista.. che bello!”

E’ sempre valida la storia che il portiere è generalmente un matto, un calciatore fuori dagli schemi?
“Mah, non direi. Anche se sono molteplici i casi di numeri 1 un po’ pazzi.. forse questa caratteristica viene enfatizzata semplicemente dal coraggio nell’effettuare gestualità tipiche del ruolo. Come per esempio l’andare a prendere in volo una palla in un’area completamente affollata, in una mischia selvaggia, o l’uscire in tuffo tra le gambe degli avversari mettendo la propria faccia e il corpo a difesa della porta. Certo, a ripensarci bene un po’ pazzoidi sono… e c’è una citazione che rispecchia fedelmente il tutto: “I portieri? Sono gli unici in grado di mettere la faccia dove gli altri non metterebbero neanche un piede!”.

Da portiere a preparatore dei portieri: il passo è breve o la trafila è lunga?
“Dipende. Il passo può essere breve poiché la passione verso il ruolo è il comun denominatore, ma il percorso deve essere ben ponderato e fatto con cognizione. L’essere stato portiere ritengo sia una caratteristica essenziale del preparatore, ma più che per un discorso di conoscenze tecniche specifiche lo dico per un discorso prettamente psicologico, con la conoscenza e consapevolezza di ciò che può provare l’atleta durante la gara, le tensioni e le paure del prepartita o semplicemente le sensazioni derivanti da un errore. E il conoscere queste sfumature permette di trattare e analizzare l’argomento con la giusta percezione e sensibilità. Poi naturalmente diventa basilare e fondamentale studiare, aggiornarsi, programmare, confrontarsi, mettersi in gioco ed essere pronti a cambiare proposte se queste risultano inefficaci. Non puoi portare in campo semplicemente quello che facevi quando giocavi in porta, devi riuscire a programmare una crescita a trecentosessanta gradi dei numeri 1, dall’aspetto tecnico a quello tattico… senza dimenticare l’aspetto coordinativo, fondamentale per i più giovani. E poi c’è una netta distinzione tra l’allenare in prima squadra e l’allenare nei settori giovanili. E a volte questa differenza non la vedo. Non può essere così”.

Perché la scelta di approdare alla Polisportiva Monti Cimini?
“Dopo due anni a Civitavecchia, dove tra l’altro sono stato benissimo, mi è arrivata questa chiamata dalla Polisportiva Monti Cimini. Dopo un paio di belle chiacchierate dove essenzialmente ho spiegato il mio punto di vista ed evidenziato le condizioni necessarie per lavorare bene… trovando poi massima disponibilità nella dirigenza, l’accordo è stato raggiunto in un attimo”.

Allenare Maurizio Nencione, col quale condividi l’esperienza della scuola portieri. Il fatto che lei lo conosce bene diventa una semplificazione del lavoro oppure una complicazione?
“Una semplificazione, assolutamente. Oramai questo è il terzo anno che andremo a lavorare insieme dopo le esperienze dello scorso anno a Civitavecchia e di quattro anni fa a Montefiascone, e posso dichiarare con fermezza che l’amicizia che ci lega è solamente un valore aggiunto. Basta osservare la disponibilità che mette negli allenamenti, la volontà costante di migliorare, l’accettare le critiche in maniera costruttiva, l’aiuto e l’esempio che dimostra verso i più giovani. Insomma…tanta roba. Non a caso lo scorso anno è stato, senza ombra di dubbio, tra i migliori dell’Eccellenza contribuendo in maniera decisiva alla salvezza del Civitavecchia. E io, per scherzare, gli dico sempre che anche con i capelli bianchi è fortunato a farsi allenare da me.. gli allungo la carriera”.

Il refrain immagino lei lo conosca, quella sorta di tormentone che fa… “Iacomini è meglio di Nencione”. Visto che li conosce entrambi, a prescindere dalla risposta che potrebbe dare… il fatto che alla loro età continuino a essere i migliori significa che non ci sono eredi?
“Partendo dal presupposto che sia Mauri (Nencione, ndr) che Peppe (Iacomini, ndr)  sono due grandi amici, non penso di sbagliare se li vado a indicare come il top della categoria (e non solo). Poi, ritornando alla domanda… il fatto che alla loro età continuino a essere i migliori significa essenzialmente che la loro passione verso questo ruolo è ancora molto forte, che poi è quella fiammella sempre accesa che porta a dare sempre il massimo in ogni stagione, in ogni partita, in ogni allenamento, su ogni singola palla. Sempre! E’ semplicemente l’applicazione costante aggiunta al talento personale. Poi non è vero che non ci sono eredi più giovani, forse non si da loro il tempo necessario per crescere, per giocare, per sbagliare e poi reagire all’errore. Questo è un ruolo molto delicato dove la prestazione determina sempre l’esito del risultato, ed è un attimo passare dall’essere considerato un fenomeno a essere inadeguato. Forse ci vorrebbe più equilibrio e meno frenesia nel giudicare e valutare un prospetto giovane”.

Quando si nota se un portiere ha stoffa? Verso che età?
“Non c’è un’età precisa. Naturalmente la propensione al ruolo già si può riuscire a vedere fin da piccolini, ma poi sono molteplici le situazioni e le sfaccettature che possono favorire o meno una crescita consona”.

Quali sono le caratteristiche di un buon portiere?
“E’ troppo facile parlare di eventuali capacità tecniche o tattiche, dell’abilità di difendere la porta o della bravura nelle uscite o nella gestione palla con i piedi. Per me un buon portiere deve innanzi tutto essere forte mentalmente, con un spiccata personalità e la capacità di trasmettere ed infondere sicurezza e tranquillità a tutta la squadra”.

Una replica a ““Portieri si nasce”. Così parlò Gigi Tizi”

  1. Gioacchino scrive:

    Preparatore qualificato serietà nell’iparare questo particolare ruolo .
    Da genitore sono soddisfatto e orgoglioso che mio figlio abbia un preparatore all’altezza di trasmettere le qualità x cercare di diventare un buon Portiere.
    Quando mi è stata fatta la domanda “chi conosci come preparatore “la risposta è stata immediata senza esitare
    Le persone capaci e serie basta vederle lavorare x giudicarla.
    Faccio tanti Auguri di buon lavoro x questa nuova stagione alla Polisportiva monti cimini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Modulo anti-spam inserisci il risultato dell'addizione per pubblicare il tuo commento *